TELEMARKETING - "Che cosa ne viene a me?"


"Buongiorno,
mi chiamo Bianchi.
La chiamo per dirLe che sono brava, bella e buona."

"E allora?"

boh?!
Una reazione ovvia, comprensibile, spontanea, che c’indurrebbe di sicuro a riflettere sull’utilità di certe asserzioni se non fosse che, il più delle volte, per cortesia, quell’interrogativo rimane inespresso o addirittura inconscio!
Il fatto che non ce lo dicano, non significa che non lo pensino, ma, per mancanza di sensibilità, si continua:

"Sono brava davvero, signora Rossi. Dovrebbe vedere quanti bei lavori ho fatto con le mie mani in questi anni. Sono bella. Molte persone glielo possono confermare. Ho molti ammiratori e di alto rango. Sono anche buona. La gente dice che ho un cuore grande così!”
<pausa compiaciuta>
“Bene. Sono contenta per Lei. Adesso, però, se mi vuole scusare, avrei da fare.”
“Ah, ma non ho finito. Se mi ascolta un attimo... ho tante altre qualità, sa? Sono portata per lo sport, leggo molto...”
“Mi scusi, ma non è proprio un bel momento.”
“Ah, peccato! Senta, allora... Venerdì mattina mi troverò proprio vicino a casa Sua. Posso venire a trovarLa, signora Rossi? Così mi vede, ci conosciamo e io avrò modo di continuare a parlarLe della mia persona più dettagliatamente!”
“No, no! Guardi, non ho tempo. Mi mandi una fotografia... mi scriva una lettera... Poi, se mai, La chiamo io. OK?”

Non sorprende che sia finita così, vero?
Già stufi al telefono... figuriamoci la prospettiva di un incontro dal vivo!
Perché allora ci si aspetta che un analogo approccio funzioni sul lavoro?
Se la consideriamo bene, questa conversazione non è dissimile da tante telefonate d’ufficio. L’impostazione è la stessa.
Basta sostituire le qualità personali con le caratteristiche di un prodotto ‘et voilà’: al posto della fotografia e della lettera ci chiederanno dépliant e materiale informativo.
Perché?
L’errore è quello di non comunicare nulla di allettante per chi ascolta.
Si è parlato di noi e non di loro o cosa possiamo fare per loro.
Niente è stato detto per creare interesse.
A questo proposito, c’è una massima che trovo illuminante, perché riassume con lucidità e chiarezza il segreto di una comunicazione di successo:


Chi ti parla degli altri è pettegolo.
Chi ti parla di se stesso è noioso.
Chi ti parla di te è un brillante conversatore!



Più le affermazioni sono vere, più rischiano di suonare scontate.
Ma, alla fine, ne facciamo tesoro e le mettiamo in pratica?
Smettiamo di puntare l’obiettivo su di noi e spostiamolo sul cliente.
Ci accorgeremo che ha scritto in fronte: “Qual è il mio bravo vantaggio?”

 

Vantaggi, non caratteristiche!
Quand’è che scatta l’interesse?
Qual è l’incentivo che fa aguzzare la vista e drizzare le orecchie?
Quand’è che ci si sente motivati a saperne di più, a informarsi, a provare?
Cosa ci coinvolge?
La scintilla d’interesse si accende quando in una cosa, persona o situazione individuiamo un vantaggio.
Ci prefiguriamo ciò che può fare per noi, come approfittarne, come beneficiarne, come ci farà sentire, come ci può aiutare...
In parole povere: intravediamo un tornaconto.
Il nostro interesse, appunto!
È la natura umana, né più, né meno.
È così che funzioniamo.

Le cose possono essere di per sé opere d’ingegno, fantasticamente progettate o di grande valore; le situazioni incantevoli e idilliache; le iniziative indubbiamente valide e irreprensibili, ma se non vediamo come servircene, se non ci “dicono” niente, se non le troviamo di nessuna utilità... sono senz’altro dei capolavori, miracoli della scienza e della tecnica, delle ottime occasioni, un affare, sì... ma a noi non interessano!

Non desideriamo possederle, né esserci, né provare.
Ognuno di noi ha la propria idea di “vantaggio” che varia a secondo dell’estrazione, esperienza, disponibilità, età, carattere e, di volta in volta, delle singole circostanze.
Per un fervente della beneficenza, per esempio, può risiedere nel benessere interiore che provoca la consapevolezza di fare un’opera buona o il riconoscimento della comunità come animo nobile.

Quando il vantaggio di un qualcosa ci viene mostrato (perché non è detto che si sia sempre in grado di individuarlo da soli!) si accende l’interesse per quella cosa.
Per ogni vostra affermazione, quindi, non legata a un vantaggio aspettatevi pure la reazione:
“E allora? Qual è il mio tornaconto?”
Fino a che non impareremo a soddisfare questo interrogativo (il più delle volte inespresso, ma sempre presente), suscitare interesse rimarrà un’ardua impresa.
La solita litania sulle innumerevoli caratteristiche e prestazioni del nostro articolo non è sufficiente: stringi, stringi, non interessa a molti.
Perché?


Le caratteristiche, i fatti, le affermazioni
non sono di per sé di alcun interesse
se non vengono collegati a dei vantaggi!



Dissertare su quanto rinomata è la nostra ditta, o brillanti i suoi prodotti e servizi, non ci aiuterà a far scattare la molla.
Gli interrogativi: “E allora?”, “Che cosa me ne viene?”, “Cosa ci guadagno?”, “Dove sta la mia bella convenienza?”, “Qual è il mio vantaggio?”, “Cosa c’è per me?”... continueranno a vagare senza risposta nella mente del nostro ascoltatore, che finirà per catalogarci come una perdita di tempo.

Per cortesia, imbarazzo o per non sembrare disinformati, alcuni di loro si sentiranno in dovere di emettere suoni di simulato apprezzamento: “Aaaah!”, “Mmmm!”... ma d’interesse? Siamo lontani!
Se li avessimo di fronte, lo dedurremmo dalla vacuità dei loro occhi.
Se poi si parla in gergo tecnico (RAM, VRAM, Megabyte, MegaHertz), allora sì che li perdiamo! Gli “Aaaah!” e i “Mmmm!” si sprecano.
Meno si capisce più i suoni aumentano, ma l’interesse non scatta!

È un grave errore (tanto comune) quello di cercare di vendere i fatti.
Vendete i benefici, non le caratteristiche!
Ben diversa sarà la vostra sorte.
Come procedere?

continua...

firma Tania BianchiTania Bianchi al telefono.

Copyright © 1998 - Tania Bianchi



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